Alopecia Androgenetica: cause, classificazione e terapie

L’alopecia androgenetica altro non è che la forma di calvizie più comune che si conosca, quella che poco per volta comporta un progressivo diradamento dei capelli sia per gli uomini, senz’altro i più colpiti, sia per le donne. Si calcola che, mediamente, colpisca circa il 70-80% delle persone di sesso maschile (in alcuni casi già a partire dalla giovane età, ma con un’incidenza maggiore dopo i 50 anni) e circa il 40-50% della popolazione femminile.

Il termine “androgenetica” è indicativa del fatto che sia una problematica più tipicamente maschile, proprio perché deriva dal termine “andro”, che si dice solitamente di un qualcosa che ha a che fare con il sesso maschile. Sul significato di “genetica”, chiaramente, non ci sono dubbi: si tratta di una caratteristica che trae la propria origine proprio dai geni.

Abbiamo volutamente parlato di caratteristica perché considerarla malattia non è propriamente corretto, dal momento che riguarda fisiologicamente buona parte della popolazione. Tuttavia, soprattutto quando si manifesta in giovane età o in forma piuttosto evidente, di sicuro può costituire un problema importante per chi ne è colpito.

L’alopecia androgenetica, infatti, può mettere a disagio e creare difficoltà a livello psicologico.

Per le donne, poi, costituisce un problema ancora più difficile da superare: mentre un uomo può sempre ricorrere ad un taglio di capelli molto corto o completamente rasato e risolvere così il problema, per una donna, è tutto molto più complesso dal punto di vista estetico e, di conseguenza, psicologico e sociale.

Le cause dell’alopecia androgenetica

Come già visto, il nome stesso di questa forma di calvizie sta ad indicare che nasce a seguito della presenza di ormoni androgeni, che sono tipici degli uomini, e che è anche necessaria una certa predisposizione a livello genetico, perché i follicoli piliferi devono essere portati per subire questo tipo di processo.

E’ stato dimostrato che già Aristotele, nel lontanissimo IV secolo a.C., avesse intuito che la perdita dei capelli fosse un fattore legato soprattutto agli ormoni tipicamente maschili, poiché i bambini e gli eunuchi (castrati), ad esempio, non ne erano colpiti.

Alcuni studi svolti negli ultimi decenni hanno stabilito che nell’alopecia androgenetica il testosterone, che è uno dei più importanti ormoni maschili, non debba necessariamente aumentare: anzi, di solito si ha una riduzione del quantitativo totale ed un innalzamento della frazione libera.

Sembra che un ruolo di rilievo lo ricopra il cosiddetto diidrotestosterone (DHT), un derivato del precedente. Questo ormone provoca un progressivo assottigliamento ed accorciamento dei capelli, fino a provocarne la scomparsa. Quando il livello del suddetto ormone sale, i follicoli iniziano a svolgere la loro attività in maniera anomala, per cui il ciclo diventa più corto, i capelli meno forti e si crea un ritardo nella sostituzione di quelli persi.

In pratica, la fase di crescita viene man mano soppiantata da quella inversa, di decrescita o riposo.

Questa è, in sintesi, la causa dell’alopecia androgenetica dal punto di vista prettamente “meccanico”. Ma poi subentra, come già detto, la motivazione di tipo genetico, che necessita di un discorso a parte.

Sembra che il gene coinvolto sia il cosiddetto gene AR, il cui ruolo principale è quello di inviare informazioni utili per produrre la proteina che funge da recettore degli androgeni. Se il quantitativo di geni AR si altera, di conseguenza anche l’attività dei follicoli piliferi risulta sballata.

Nonostante i vari studi eseguiti, resta comunque ancora avvolto abbastanza nel mistero il motivo per cui tali follicoli, se maggiormente stimolati, debbano perdere la loro attività abituale e, di fatto, rimpicciolirsi così tanto da non consentire più la crescita dei capelli.

In sostanza, ci sono molte ipotesi su quelle che possono essere le cause di questa calvizie androgenetica, tutte senz’altro più che fondate, ma certezze assolute e complete forse ancora non ce ne sono. Quel che è certo, è che esiste una certa familiarità, a riconferma del fatto che la genetica riveste un ruolo assai importante in questo senso: se un parente di primo o secondo grado ha già una condizione di questo tipo, sicuramente sono maggiori le probabilità di svilupparla.

Sintomi dell’alopecia androgenetica

A seconda del sesso, l’alopecia androgenetica si manifesta in modi differenti. Negli uomini colpisce soprattutto la zona fronto-temporale, creando la cosiddetta stempiatura. Molto spesso, il progressivo diradamento dei capelli (parlare di vera e propria caduta è improprio: non è che i capelli cadano, semplicemente si miniaturizzano al punto di non essere, praticamente, più visibili) riguarda anche la parte superiore centrale: qui è un pochino più facile nasconderla e, anche per la posizione stessa (specialmente per chi è alto di statura!), risulta un tantino meno visibile.

Nelle donne, le tempie solitamente rimangono immuni da questo processo involutivo, mentre risultano più colpite la zona frontale e quella del vertice del cuoio capelluto.

Talvolta l’alopecia androgenetica è accompagnata da altre problematiche, tra queste l’aumento della forfora e dalla seborrea, dovuta ad un’alterata attività delle ghiandole sebacee.

I differenti livelli di alopecia androgenetica

Alla comparsa dei primi sintomi, quindi in fase diagnostica, di solito si stabilisce il grado di alopecia raggiunto, in base a precise scale di misurazione, che sono ovviamente differenti tra uomini e donne.

Per l’alopecia androgenetica maschile, un tempo si faceva riferimento alla cosiddetta scala di Hamilton, dal nome di colui che, negli anni ’50, ha istituito questa sorta di codice utile per classificare i vari stadi della calvizie. Inizialmente, questa scala contava cinque differenti livelli, che poi sono diventati sette dopo alcune modifiche apportate circa vent’anni dopo da un altro ricercatore, di nome Norwood. Ecco perché, al giorno d’oggi, si fa riferimento alla scala Norwood.

Nei primi due stadi, l’alopecia è ancora poco visibile e, tutto sommato, non provoca generalmente un eccessivo disagio.

I problemi insorgono soprattutto dal terzo livello in poi, quando si può iniziare a parlare di calvizie conclamata. Gli anziani, solitamente, raggiungono questo livello, ma anche alcuni giovani colpiti da una forma purtroppo anticipata.

Con il quarto livello, la scomparsa dei capelli si estende e la stempiatura risulta simmetrica, e spesso viene colpita anche la zona al vertice del capo.

Nello stadio successivo, il quinto, tempie e vertice si uniscono in un’unica zona priva di capelli ed infine, nel sesto e settimo livello, si arriva ad avere un’unica coroncina di capelli nella parte posteriore, che va da un orecchio all’altro: tutto il resto ne risulta privo.

Sempre per gli uomini, esiste anche un’altra classificazione cui poter fare riferimento, che si chiama BASP (Basic and Specific).

Per quanto riguarda l’universo femminile, invece, l’alopecia androgenetica viene di solito classificata in base alla scala Ludwig, istituita nel 1977 e periodicamente aggiornata. La scala di Savin ha ampliato le casistiche previste da Ludwig.

Per le donne, come già detto, questo tipo di calvizie si manifesta in modo differente rispetto agli uomini, ed è per questo che i parametri di riferimento non possono essere i medesimi. In ogni caso, si va da un livello iniziale che prevede un principio di diradamento della zona della corona, per poi diventare sempre più evidente man mano che si sale di grado.

Terapia per l’alopecia androgenetica: come si cura?

Quando l’alopecia inizia a manifestarsi, la prima cosa da fare è rivolgersi ad uno specialista, evitando rimedi fai-da-te che potrebbero risultare inutili se non addirittura controproducenti.

Di solito, si inizia con una visita dermatologica che serva anche per ricostruire la storia clinica personale e familiare. Si valuta inoltre la presenza di determinate malattie, che potrebbero contribuire agli squilibri ormonali e quindi, indirettamente, potrebbero essere la causa della calvizie. I problemi di tiroide, ad esempio, così come quelli di diabete, psoriasi ed altro, sono spesso correlati alla comparsa dell’alopecia androgenetica: con un esame del sangue se ne può accertare la presenza o, al contrario, escluderla.

Poi si possono fare tutta una serie di esami tricologici, cioè specifici del capello.

Molto spesso, con fare forse un po’ troppo semplicistico, le persone credono che la perdita dei capelli dipenda soprattutto dallo stress. Sicuramente non aiuta, e questo vale per tantissimi altri disturbi, ma rivolgersi ad uno specialista sarà utile per andare a fondo ed individuare anche altre eventuali cause e, laddove possibile, cercare di intervenire.

L’alopecia androgenetica, in linea di massima, salvo curare eventuali malattie che ne possono accelerare il decorso, non può essere prevenuta. Al massimo, si possono adottare degli stili di vita tali da contrastarne l’insorgere: evitare i prodotti per colorare i capelli, non lavarli troppo di frequente e limitare altri trattamenti. Non sono cose che possono causare la calvizie, ma possono eventualmente accelerarne la comparsa e peggiorarla.

Prodotti per curare l’alopecia androgenetica

Gli unici principi attivi che, proprio a livello farmacologico, sono stati approvati dall’Agenzia per gli alimenti e i medicinali sono:
Minoxidil: si tratta di un farmaco conosciuto ormai da quarant’anni per trattare l’ipertensione e che ha, come effetto secondario, l’aumento della peluria. Usato localmente, è dimostrato che abbia una buona efficacia.
Finasteride (Propecia): assunto oralmente, dà buoni risultati ormai da oltre vent’anni a questa parte. Si tratta di un medicinale nato per curare l’ipertrofia della prostata, e siccome agisce proprio sugli ormoni che sono alla base dell’alopecia, dopo alcuni mesi di trattamento si possono notare effetti positivi sulla ricrescita dei capelli. Le donne in età fertile non devono assolutamente assumere tale farmaco.

 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *